Pubblicato su “Adista Notizie”
n° 12 del 28 marzo 2026
ANNO A 26 aprile 2026 IV DOMENICA DI PASQUA
At 2,14a.36-41 Sal 22 1Pt 2,20b-25 Gv 10,1-10
Siamo nella IV Domenica di Pasqua, comunemente chiamata Domenica del “buon pastore”. L’immagine della porta che oggi Gesù usa per parlare di sé è intrigante. Si tratta di una soglia da attraversare per entrare e uscire, entrare e “stare con lui” da discepoli, cioè da ascoltatori della Parola (cf. Mc 3,14). Uscire, poi, per seguirlo e renderlo presente come pastore “bello” lungo le strade del mondo. Il pastore – secondo il testo greco – è bello, e lo è perché realizza pienamente in sé l’immagine misericordiosa del Padre. Non buono, termine che ha sempre una connotazione morale, ma bello perché si riferisce ad una vita che fiorisce realizzando pienamente se stessa.
Sulla scena del Vangelo si muovono due personaggi: da un lato c’è il pastore, che è il conosciuto ed è colui che dà la vita, dall’altra colui che viene chiamato ladro, brigante e mercenario, lo sconosciuto a cui non interessa nulla delle pecore. Questi personaggi sono messi a confronto dalle due brevi parabole con cui inizia il brano evangelico odierno. Ai tempi di Gesù, un recinto comune serve a diversi greggi. Al mattino, ciascun pastore urla il suo richiamo e le pecore – le sue pecore che conoscono la sua voce – lo seguono. Il tema del pastore e delle pecore è presente in tutto il vangelo (si veda ad esempio Mc 6,34 e Lc 15,3-7). Ma si tratta anche di un tema biblico che percorre tutta la Scrittura e il salmo responsoriale di oggi lo conferma (Sal 22, Il signore è il mio pastore…). Dio si prende cura del suo popolo come un pastore fa con il suo gregge.
Qui dovremmo lasciare andare un po’ il cuore, lasciare che questa immagine allontani tutte le immagini parziali e/o false di Dio che ci siamo costruiti nella vita. Dio non ci abbandona, ha cura di noi, viene a cercarci anche quando ci perdiamo o ci allontaniamo deliberatamente da lui. Lo fa attraverso Gesù, la sua voce, cioè la sua parola. Una parola che noi riconosciamo come sicura e vera. Seguire la sua voce significa vivere la parola come luce e orientamento del cammino della vita.
Giovanni in questi versetti non descrive solo il pastore, ma anche le pecore. Che sono chiamate a seguirlo e ad ascoltare la sua voce. Gesù ha un compito preciso: chiamando le pecore per nome, le fa “uscire”, fa compiere loro un esodo dal recinto ai pascoli aperti, alla libertà. Un’uscita verso il mondo che ci riguarda personalmente ma anche comunitariamente per essere “Chiesa in uscita” come ci ha sempre ricordato papa Francesco durante il suo pontificato.
L’incomprensione degli interlocutori di Gesù non ci sorprende. In tutti i vangeli le parabole non sono comprese. In Giovanni questo tema si accompagna a quello del rifiuto di Gesù, a quello del mondo che non riconosce il Verbo, delle tenebre che non accolgono la luce (1,9-11). Tutta la vicenda terrena del “Logos” è una “parabola”, cioè una presenza da riconoscere, una presenza a volte nascosta ed enigmatica che ci provoca e ci invita ad uscire da noi stessi per riconoscerla e accoglierla.
L’incomprensione non è un problema di intelligenza; è piuttosto questione di disponibilità a rispondere alle provocazioni che la parabola e le parabole (cioè la vita quotidiana come esperienza di Dio) portano alla nostra vita.
Quanto alla porta, Gesù non dice di essere la porta del recinto, ma la porta delle pecore. Egli non è una soglia che fa accedere a un recinto, cioè ad un’istituzione, ma una porta a servizio delle pecore. Qui è Gesù che diventa porta piccola e stretta (cf. Mt 7,13-14; Lc 13,24), unica via di entrata e di uscita verso Dio, il Padre. Gesù è l’unico accesso a Dio, è una porta aperta su uno spazio senza limiti, una porta che può essere attraversata uno alla volta e che non consente di nascondersi dietro le altre pecore. Una porta che per essere attraversata chiede di scegliere, prendere posizione, collocarsi sempre dalla parte del Vangelo. Gesù è l’unica porta che vale la pena oltrepassare per essere credenti autenticamente credibili.
Maurizio Mariani