Pubblicato su “Adista Notizie”
n° 11 del 21 marzo 2026

ANNO A 19 aprile 2026 III DOMENICA DI PASQUA
At 2,14a.22-33 Sal 15 1Pt 1,17-21 Lc 24,13-35

Abbiamo smesso di comprendere la Parola e così abbiamo perso la capacità di leggere la storia. Scappiamo da una realtà che non ci piace rifugiandoci nel disimpegno. Solo l’incontro con il Risorto lungo il cammino della fuga restituisce ai discepoli il coraggio e la forza necessari per annunciare la vita in un mondo oppresso dalla morte. Il messaggio del vangelo di questa terza Domenica di Pasqua è molto chiaro.

Il Gesù di Luca è uno che cammina, la sua meta è Gerusalemme. Egli è l’uomo che cammina senza sosta, «non sembra seguire un percorso a lui noto […]. Cerca semplicemente qualcuno che lo ascolti» (C. Bobin, L’uomo che cammina). Gerusalemme è il luogo dove Gesù va con decisione (cf. Lc 9,51) per compiere la sua vita tra noi, donandola a noi vincendo la morte, ogni morte.

Il viaggio, dunque, è sempre verso Gerusalemme. Per Gesù e per noi. Se il cammino è verso Gerusalemme, siamo in un cammino di sequela, discepolato, amicizia, intimità; se non lo è, si tratta semplicemente di una fuga dalla realtà lasciando che la paura e la confusione inaridiscano il nostro cuore. Fuggiamo perché i conti non tornano, perché non abbiamo capito niente del vangelo, perché abbiamo smesso di credere nella potenza della Parola e nella sua capacità di trasformare il mondo attraverso il nostro lavoro quotidiano Mentre fuggono, gli occhi dei discepoli sono incapaci di “vedere” Gesù! In tutto il suo vangelo, Luca insiste molto sul tema del vedere (ad es. 9,45; 18,34; 23,8.35.47-49). Luca ora, non senza una certa ironia, vuole aiutarci a capire come e cosa favorisce questo sguardo.

Al v. 19 i discepoli fanno una vera e propria professione di fede cristiana, ma la semplice recita di quel credo non produce lo sguardo della fede! Recitare e/o ricordare i fatti della vita di Gesù (vv. 20-21) e mostrare come essi concordano con le sue profezie non sono cose che aprono automaticamente gli occhi alla fede. Solo la Parola di Gesù inizia pian piano a scaldare il loro cuore, una Parola che lega la professione di fede e l’annuncio della risurrezione al vissuto concreto dei due discepoli, alla loro sofferenza e al loro desiderio. Gesù «morto, si è rialzato dalla morte. È questo indubbiamente il punto di rottura. O ci si separa da quest’uomo su questo punto, oppure lo si segue. L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire persino la morte» (Bobin). Ecco, si tratta di assaporare, di gustare una vita abbondante ed è per questo Gesù si ferma a cena con i due discepoli: per dare gusto alla loro vita e, attraverso di loro, al mondo intero. Di questo gusto pieno, ricco, si fa esperienza a tavola, nella condivisione di un pane spezzato. Una condivisione libera e senza pregiudizio, generosa e piena di amore. Gli occhi dei due si aprono del tutto solo dopo che essi hanno offerto ospitalità ad un estraneo, uno straniero, uno sconosciuto, anzi un non-riconosciuto. Questo pasto non va ricollegato immediatamente all’eucaristia (significato che non è escluso), ma va letto alla luce della tematica del mangiare che Luca ha sviluppato lungo tutto il suo Vangelo. Il tema del mangiare, manifesta il Regno di Dio che è venuto in Gesù che mangiava con i peccatori e gli esclusi. Gesù, poi, nell’ultima cena aveva detto che non avrebbe condiviso più il cibo con i suoi discepoli fino all’avvento del Regno (22,16.18). Ora, dopo la risurrezione, condivide il cibo con questi due discepoli, mostrando con ciò che il Regno di Dio è veramente arrivato. Siamo nel tempo del Regno.

Ogni volta che viviamo questa ospitalità e questa condivisione nell’amore-dono, noi annunciamo la presenza del risorto e l’avvento del Regno; ogni volta che facciamo questo, il nostro cammino torna nella direzione giusta, si riorienta verso Gerusalemme, il luogo della croce ma anche della risurrezione, il mondo che attende la luce della giustizia e della pace.

Maurizio Mariani

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