Qualche giorno fa Avvenire ha pubblicato un articolo di Luigino Bruni dal titolo “Anche tra i chiostri il dono e la gratuità meritano il loro giusto riconoscimento”. Lo leggo con molta curiosità, anche perché effettivamente nella Chiesa l’attenzione e il riconoscimento sono totalmente assenti. Non si tratta di cercare qualcuno o qualcuna che ti dica «Bravo!», magari aggiungendo una pacca sulla spalla di pura formalità. Si tratta piuttosto di rispondere al desiderio di essere visti e stimati che – come sottolinea giustamente l’autore – «non è una debolezza, ma una dimensione umana e spirituale». Lascio la parola a Luigino Bruni e la lettura a chi vorrà approfondire.
Guardiamo un aspetto specifico. Dagli studi empirici sappiamo che ai lavoratori non basta essere stimati dai “pari”: c’è un grande bisogno di essere visti e stimati anche dai responsabili, dai manager diretti: il grazie e il “bravo” del collega ci fa piacere, in molte occasioni è importante, ma non ci basta: abbiamo bisogno anche di quello del responsabile. Ma mentre nelle imprese hanno introdotto coach e counselor, che sono nuove forme di accompagnamento individuali (quasi) spirituale, nelle comunità i dialoghi personali si appaltano ai padri spirituali o agli accompagnatori esterni, dimenticando che il dialogo tra la singola persona e il suo diretto responsabile è essenziale. Non si tratta di cadere in una visione gerarchica o verticistica, ma di riconoscere che in tutte le comunità umane gli sguardi su di noi (e sugli altri) non sono tutti uguali, e ce ne sono alcuni che non possono mancare, quelli di chi per mandato hanno responsabilità specifiche su di noi. Inoltre, il riconoscimento non va confuso con il bisogno, spesso infantile, di essere sempre incoraggiati, rafforzati e lodati dai “superiori”, che invece è sintomo di bassa auto-stima e fragilità (da curare con altri strumenti). Nei momenti di colloquio e dialogo con i responsabili, non ci saranno poi soltanto i “grazie” e i “bravo”; abbiamo un bisogno vitale che qualcuno veda anche i nostri limiti, le carenze, gli errori, e ce lo dica, nelle forme e nei modi adeguati. Tutti, a turno, facciamo cose non eccellenti e non buone, e lo sappiamo, ma se nessuno ce lo dice aumenta la sensazione di non essere “visti” – un onesto rimprovero è un’alta forma di riconoscimento. Inoltre, abbiamo bisogno di stima vera, non di quella finta di chi non ci conosce e senza sostenere alcun costo ci dice “bravissimo”; nella migliore delle ipotesi ci facciamo un innocuo sorrisino, se invece crediamo a quella stima finta andiamo avanti in errori e vizi che fanno male a noi e agli altri. I feedback onesti sono strumenti essenziali per crescere bene. Gli abusi spirituali e di coscienza di ieri e di oggi non devono impedirci di vivere questa speciale ed essenziale forma di comunione, altrimenti il “foro esterno” finisce col coincidere con la sala Tv, la mensa e la preghiera, e le comunità muoiono. Inoltre, quando manca un dialogo regolare e aperto con i responsabili, i colloqui con i pari diventano quasi sempre mormorazioni – è troppo semplice da parte dei capi condannare “le chiacchiere”: occorre interrogarsi sulle ragioni strutturali che le generano!
Se poi l’unico strumento di riconoscimento resta la carriera gerarchica, si insinua nelle comunità una frenesia per le cariche, molto più deleteria degli incentivi monetari – come accadeva quando gli ecclesiastici facevano voto di castità ma erano ossessionati dal potere. Il buon sviluppo di una vita in comunità dipende molto dal riuscire a navigare evitando due scogli fatali: il Cariddi dell’eccessiva dipendenza dallo sguardo dei superiori, che la tiene in un costante infantilismo e non autonomia; ma anche lo Scilla scoglio in cui si schianta chi, per dolore o delusione, decide di non cercare più lo sguardo di nessuno. Meno si usa il denaro più devono crescere gli altri linguaggi di riconoscimento e gratitudine, perché, soprattutto da adulti, senza reciprocità si vive molto male, a volte troppo. Poi, in un altro giorno ancora più adulto, capiremo che nessuna reciprocità può saziare il nostro desiderio di riconoscimento, perché è infinito. Ma nel frattempo dobbiamo far crescere la riconoscenza possibile e onesta.