Pubblicato su “Adista Notizie”
n° 10 del 14 marzo 2026
ANNO A 12 aprile 2026 II DOMENICA DI PASQUA
At 2,42-47 Sal 117 1Pt 1,3-9 Gv 20,19-31
“Otto giorni dopo” (Gv 20,26). Otto giorni sono quelli trascorsi dalla risurrezione, otto sono quelli trascorsi dall’ultima Pasqua.
Otto giorni che cambiano la vita di Tommaso. Otto giorni che possono cambiare la nostra. Otto giorni che possono cambiare il mondo.
I discepoli hanno paura. È una paura che viene dal “mondo”, dai giudei, dai custodi dell’ortodossia e del politicamente corretto. È anche la nostra paura, quella di un mondo che sta cambiando rapidamente, in cui la violenza e la legge del più forte sono sempre più diffuse. Una geopolitica della prepotenza si sta affermando nell’indifferenza di molti e nella debolezza delle divisioni comunitarie. Questa paura trova terreno fertile nel nostro cuore, spesso prigioniero della stima del mondo, eccessivamente preoccupato di sé ed esitante. Abbiamo perso la forza della nostra testimonianza e siamo chiusi nella presunta sicurezza delle nostre sagrestie.
Gesù entra in queste sagrestie dall’aria stantia e si mostra come il vivente per invitarci a uscire per annunciare al mondo – ancora una volta – la possibilità di una vita nuova.
Una notazione liturgica: siamo alla sera della Risurrezione, è la sera del giorno del Signore, è domenica. Che ne è allora della forza trasformante delle nostre celebrazioni domenicali?
In questa comunità, Gesù risorto vuole farsi riconoscere come colui che ha vinto ogni morte. Qui dona la Pace, l’abbondanza di ogni benedizione, la forza della risurrezione. Ma noi siamo in ritirata e altre forze prendono il sopravvento.
La comunità riceve una missione precisa: compiere ciò che Gesù ha compiuto. Non viene chiarito dove e a chi vengono inviati i discepoli, ma questa indeterminazione è già eloquente: l’apertura della missione è senza confini. La missione è quella di rendere presente il Figlio e la sua salvezza ovunque, fare i suoi gesti e rendere viva ancora oggi la sua Parola. E, per farlo, noi suoi discepoli siamo abilitati perché pieni di Spirito Santo. Gesù alita sui discepoli, ricrea l’uomo e gli restituisce la sua immagine di figlio. E gli affida il mandato di rimettere i peccati. Non si tratta della dimensione sacramentale del perdono, ma di un’esperienza più semplice e vera: la misericordia di Dio si attua nella comunità e attraverso la comunità. Questa si pone come comunità di salvezza opponendosi al male. Si tratta di portare la pace non con un pacifismo sterile e spesso inadeguato, ma come misericordia e compassione per le situazioni di violenza e ingiustizia che ottenebrano i nostri tempi. La misericordia, dono del Risorto, è la forza che spinge ad agire per proporre un modo diverso di affrontare le controversie, quelle personali come quelle delle nazioni.
Abbiamo visto (v. 25): la testimonianza non è personale ma comunitaria. È la sua unica possibilità di essere accolta. Tommaso, che non era con gli altri discepoli, crede che tutti siano dei sognatori. Quanti “Tommaso” tra di noi, quante volte noi per primi non crediamo alla forza del Vangelo, quante volte anche preferiamo accondiscendere alle scelte mortifere dei potenti di turno. Otto giorni dopo (v. 26): è ancora domenica, e Gesù è nuovamente in mezzo ai suoi. Anche Tommaso incontra Gesù. Qui, dentro questa esperienza, Tommaso vince tutte le sue resistenze e riconosce il “suo Signore e il suo Dio” (v. 28) senza nemmeno toccare i segni dei chiodi. Il vangelo, infatti, non dice che lo abbia fatto. In una comunità aderente alla missione di Gesù non c’è spazio per la paura e la morte. Una comunità che celebra il Risorto si oppone alle logiche violente della geopolitica della prepotenza e costruisce un’alternativa rispettosa della dignità degli uomini.
È questa la beatitudine (v. 29) alla quale siamo chiamati, azione efficace contro il male, la violenza, e la guerra con una radicale presa di coscienza che in quest’opera di trasformazione non siamo soli. Il Risorto cammina con noi.
Maurizio Mariani